Come ogni inizio anno, ricevo spesso domande su quali titoli acquistare, quali settori potrebbero performare meglio o cosa faranno i mercati. Chi mi conosce o ha lavorato con me sa che non do mai risposte di questo tipo, e infatti la mia risposta è sempre la stessa: "Non lo so." Di fronte a questa risposta, le persone spesso rimangono perplesse e mi chiedono come sia possibile che, da professionista del settore finanziario, io non abbia una previsione da offrire. La verità è che rispondere "Non lo so" è, per me, l'unica risposta onesta e corretta. Probabilmente questa convinzione nasce dai miei primi anni di carriera, quando lavoravo negli Stati Uniti presso un fondo pensione. Ogni giorno, il nostro CEO ci ricordava il nostro primissimo dovere nei confronti dei clienti – in quel caso, gli (ex) dipendenti e i beneficiari del fondo – ossia il "fiduciary duty" (dovere fiduciario). Parlerò più nel dettaglio dell'importanza del fiduciary duty in un’altra newsletter. Ma era importante introdurlo come premessa a questa mia iniziativa. Le cose fondamentali per creare, crescere e conservare i patrimoni sono: una corretta pianificazione finanziaria, l'orizzonte temporale di lungo periodo, allineamento tra i valori della famiglia e gli investimenti, allineamento tra la propensione al rischio e l'allocazione del portafoglio che portano ad una robusta asset allocation strategica e infine "disciplina disciplina disciplina". Anche di questi aspetti vi parlerò in futuro. Rispondere "Non lo so" non è solo legato al fiduciary duty, bensì ancorato nelle evidenze empiriche della letteratura scientifica. Per ulteriori approfondimenti potete trovare due articoli che ho scritto su questo tema: Should We Be Tactical e Are Selectors Good at Selecting. Nel primo, tratto come il famoso studio Determinants of Portfolio Performance (1991) di Brinson, Hood e Beebower ha individuato tre attività principali che influenzano la performance degli investimenti: la pianificazione strategica a lungo termine (Investment Policy Statement), le allocazioni tattiche (market timing) e la selezione dei gestori attivi. Ma le strategie tattiche e la selezione dei gestori aggiungono davvero valore? Le evidenze empiriche dicono di no. Studi approfonditi, come Picking Winners? e Is Tactical Allocation a Winning Strategy?, dimostrano che sia i consulenti d'investimento sia i gestori di fondi con strategie tattiche non riescono a battere i benchmark. Anzi, tali approcci spesso comportano alti costi, scarsa efficienza fiscale e performance inferiori rispetto a strategie statiche indicizzate. Il messaggio è chiaro: mantenere una pianificazione di lungo termine, con costi bassi e una gestione disciplinata, resta la strategia più efficace. Essere realistici e umili sulle capacità di prevedere i mercati può fare la differenza per il successo finanziario. Pensate all'industria aeronautica. Difficile prevedere le tutte le turbolenze quando si è in volo. E' il velivolo, che se costruito in maniera robusta, consentirà di navigarle in sicurezza. Nel secondo articolo parliamo dei consulenti d'investimento, che spesso influenzano miliardi di dollari in investimenti, ma non riescono a identificare con costanza gestori di fondi capaci di battere i benchmark. Uno studio pubblicato nel prestigioso Journal of Finance ha analizzato i dati di consulenti che rappresentavano il 90% del mercato istituzionale negli USA, concludendo che i fondi da loro consigliati non ottengono risultati migliori rispetto a quelli non consigliati. Nonostante ciò, i fondi consigliati attirano miliardi di dollari di nuovi investimenti. Questo fenomeno riflette la fiducia che gli investitori ripongono nei loro consulenti. Tuttavia, la ricerca suggerisce che la fiducia spesso non si traduce in valore aggiunto per gli investitori, evidenziando l'importanza della trasparenza e della responsabilità dei consulenti finanziari nel consigliare strategie efficaci e basate su evidenze. Oggi voglio condividere con voi uno studio condotto da Wesley Gray 1, un accademico con cui collaboro su progetti di divulgazione scientifica. Lo studio pone una domanda provocatoria: Se un investitore avesse la capacità di prevedere il futuro (come “Dio”), riuscirebbe a creare una strategia d'investimento azionario imbattibile nel lungo termine? Lo studio crea portafogli che si basano esplicitamente su un bias di previsione futura. È evidente che questi portafogli non rappresentano nulla di minimamente realizzabile nella pratica. L'obiettivo della ricerca è esplorare i risultati di un investitore con un orizzonte temporale ipotizzato di 5 anni dotato di una straordinaria abilità di selezione delle azioni. La risposta sorprende: anche con la capacità di scegliere i titoli con le migliori performance future, Dio verrebbe licenziato. Perché? Perché l’investimento attivo comporta volatilità estrema e perdite temporanee così profonde che sarebbe difficile per la maggior parte degli investitori (o dei loro clienti) mantenere la calma. Infatti, lo studio che simula portafogli con una previsione perfetta su periodi di 5 anni tra il 1927 e il 2016, dimostra che anche i portafogli migliori ( si calcola un rendimento annualizzato del 29%) affrontano grandi sfide: alta volatilità con perdite massime del 76%. La lezione? L’investimento attivo in titoli azionari richiede una visione a lunghissimo termine. Pensare nel breve periodo o confrontarsi con benchmark relativi può distruggere anche le strategie più brillanti. Non è un caso che il famoso editorialista del Wall Street Journal, Jason Zweig, ogni anno ricorda ai suoi lettori che il miglior investimento per l'anno a venire, è quello nel proprio "self control". 1 per approfondimenti, trovate lo studio qui |