Auto cinesi e sindacati italiani

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Newsletter n° 731 del 16 luglio 2026

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Questa newsletter vi arriva mentre si discute per l’ennesima volta di legge elettorale e non si discute abbastanza di quel cambiamento climatico che sta avendo un impatto enorme sulle vite di centinaia di milioni di persone in Europa e in tutto il Pianeta. In queste settimane abbiamo pubblicato diversi articoli che vanno dalla spesa militare a proposte di tassazione per le imprese petrolifere, passando per il federalismo e il governo delle città.

 

La cosa più interessante ci pare l’intervista di Dario Di Conzo a Giorgio Airaudo della FIOM-Cgil Piemonte sul viaggio in Cina della delegazione di sindacalisti italiani. Sia la descrizione dell’organizzazione delle fabbriche dei colossi cinesi dell’auto che l’invito a lavorare per portare qui la produzione di mezzi che compriamo sono un contributo utile a una discussione sul futuro dell’industria in Italia. “Penso che serva contaminazione regolata. Dico provocatoriamente: dovremmo fare con i cinesi quello che i cinesi hanno fatto per vent’anni con l’industria europea dell’automobile. A Torino esistono da anni centri di ricerca e sviluppo di produttori cinesi, con centinaia di ingegneri di molti Paesi, che studiano lo stile e i mercati europei. I cinesi sono già qui”.

 

A proposito di auto e produzione nel nostro Paese, Vincenzo Comito racconta la crisi di Stellantis e gli accordi con le case di produzione cinesi. 

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Parlando di spesa militare, ecco tre articoli che trattano temi diversi, tutti importanti.

spesa-procapite-difesa-2025
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Roberto Romano analizza i dati sulla spesa militare dell’Europa e utilizzando anche la grafica ci mostra alcune direzioni interessanti e ipotizza come la spinta a investire in armi non sia solo una risposta alla guerra in Ucraina ma abbia anche a che vedere con un riequilibrio interno all’Alleanza atlantica in una fase i cui gli Stati Uniti hanno mostrato la loro inaffidabilità.

 

Alfio Nicotra fa un’analisi critica dei disegni di legge Crosetto sulla “riforma dello strumento militare” e sul “rafforzamento della capacità di difesa nazionale”. Secondo Nicotra la direzione tracciata è quella della costruzione di uno Stato sempre più predisposto a fare della guerra una certezza.

 

Francesco Vignarca ci offre invece una lettura del vertice Nato di Ankara e della mancata discussione sulla deterrenza.

 

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In materia di fisco e di extra-profitti generati dall’aumento del prezzo del petrolio (e del gas) a causa della chiusura dello Stretto di Hormuz, Antonio Tricarico ci ricorda come l’idea di tassare i guadagni aggiuntivi dei gruppi che lavorano e vendono gli idrocarburi non sia nuova e di come l’Italia abbia fatto in modo di rendere quella tassa uno strumento spuntato. Sarebbe invece ora di rilanciarla, anche per avere a disposizione risorse in una fase in cui torna l’austerità europea.

 

Martino Mazzonis ha scritto un articolo che fa il punto su una discussione romana che riguarda però molte altre città: investimenti immobiliari da parte di società multinazionali, over-turismo, attivismo civico e risposta (o mancata risposta) delle amministrazioni comunali di centrosinistra. Sullo sfondo un dibattito acceso su cosa debbano essere le città storiche italiane tra uno spritz, un supplì, un gelato e tessuto sociale che si perde e prezzi del mattone che aumentano per chi ci vive.

 

Andrea Filippetti ci parla del regionalismo e dell’oscillazione continua tra decentramento e centralismo e si chiede cosa abbia da dire il campo largo su una questione centrale per il futuro dell’assetto democratico.

 

Ancora Roberto Romano ci segnala un pamphlet scritto dall’ala del Partito Laburista che esprime Andy Burnham, il prossimo premier britannico. Una lettura interessante per capire dove è diretto uno dei grandi malati d’Europa.

 

Per questa stagione è tutto, grazie e a risentirci a settembre.

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